Non potevo classificarmi come una lesbica, né io, né Viviana ci eravamo mai sentite in dovere di etichettarci. Era capitato qualche volta di cedere al desiderio di qualche bacio e qualche carezza intima, ma senza per questo cambiare radicalmente i nostri rapporti esterni.

Viviana era stata la mia compagna d’università e di stanza per tutti i cinque anni di corso, entrambe lontane da casa e dal resto delle solite cerchie d’amicizie, complici di pettegolezzi, party e bevute, ma soprattutto incoraggiamenti reciproci.

Al contrario di me Viviana possedeva una bellezza mediterranea, occhi e capelli scuri avvolti in morbide curve e un seno fonte di ispirazioni per gli uomini. Io incarnavo le sembianze di una bellezza quasi nordica, dalla pelle chiarissima e i capelli a caschetto color platino.

La bionda e la mora, proprio come il giorno e la notte, le veline di una trasmissione. Potevo vantare uno sguardo magnetico di ghiaccio, ma non le stesse forme di Viviana le quali avevano spesso attratto persino la mia sensualità.

Viviana possedeva una passione per l’Alto Zaire dove un giorno sognava di recarsi fisicamente, alla scoperta di tutte le tradizioni tipiche. In particolare, una sera spensierata senza preparazioni di esami, avevo deciso di assecondare una delle sue fantasie in relazione all’Alto Zaire, una pratica intima derivante proprio dalle loro antiche tradizioni.

Le donne dell’Alto Zaire avevano consolidato l’abitudine di masturbarsi in gruppo, le une di fronte alle altre, servendosi di una banana per raggiungere l’orgasmo, un frutto ancora acerbo sufficientemente resistente, o almeno così mi aveva raccontato Viviana durante uno delle sue confidenze.

Disposta a tutto pur di passare momenti focosi in sua presenza ci eravamo ritrovate sedute per terra, ai piedi del mio letto nell’appartamento condiviso, in slip e canottiera, accecate dal desiderio e dalla voglia di spingere le mani in prossimità del nostro piacere.



A luci soffuse, nella penombra ideale, avevo fissato il suo sguardo magnetico e le sue labbra carnose finché la sua mano non si era decisa a compire il primo passo in discesa verso il percorso del suo inguine.

Con la mano sinistra aveva lasciato andare le spalline della canottiera lungo le sue spalle, quel tanto sufficiente a permettermi di poter intravedere i suoi seni senza rivelarli completamente.

A quel punto anche la mia mano si era portata in direzione dei miei slip, intrufolandosi al di sotto degli stessi per stuzzicare il mio clitoride seguendo il ritmo di Viviana.

All’interno della stanza si erano sollevati soltanto i nostri respiri, dapprima contenuti e successivamente affannati, leggeri grugniti e mugolii emessi dalle labbra di Viviana che mi avevano portato velocemente ad un passo dal raggiungere l’orgasmo.

Le dita di Viviana si erano protratte all’interno di una penetrazione intensa, mentre le mie dita si erano limitate al clitoride, al fine di non anticipare un piacere in precedenza al binomio creato tra di noi quella sera.

Ad ogni movimento il suo seno aveva preso a saltellare verso l’alto per ricadere verso il basso senza fuoriuscire mai dal reggiseno e dalla canottiera, un mix sensuale stuzzicante all’immaginazione di chi non aveva bisogno di un corpo completamente nudo per godere.

Viviana possedeva la strana abitudine di socchiudere le palpebre in direzione dell’arrivo dell’orgasmo più intenso, un segreto confidatomi qualche tempo prima e che mi ero preoccupata di tenere ben saldo nella mia mente.

Poco prima di socchiudere gli occhi Viviana aveva spostato i suoi slip per lasciarsi penetrare dalla banana acerba scelta per l’occasione, in completa sicurezza dai rischi di una precoce rottura. In quello stesso istante avevo deciso di fare altrettanto, spingendo a fondo il frutto e toccando l’apice del mio piacere.

Al termine di quella masturbazione condivisa ci eravamo scambiate le banane per leccare la superficie dei nostri stessi orgasmi.



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Elettra V.
Amo scrivere storie di sesso reali e di fantasia, nessuno scoprirà mai quali dei miei racconti hanno un fondo di verità..

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