Mi ero ritrovata in un vicolo in piena notte completamente sola dopo aver discusso con l’uomo che credevo di volere al mio fianco. Abbandonando il locale mi ero resa conto di essermi persa per le stradine interne della capitale, indossando soltanto un vestito estivo particolarmente corto e scollato.

Giunta nei pressi della metropolitana le illuminazioni si erano via, via diramate mentre il tutto si presentava deserto a quell’ora della notte. Dietro di me avevo avvertito il rumore dei passi tipici di scarpe eleganti maschili, diversi dal caratteristico rumore emesso dai tacchi femminili invece.

Non mi ero voltata fino all’arrivo della fermata, nei pressi di una panchina sulla quale avevo deciso di sedermi. L’uomo era sopraggiunto al mio stesso arrivo qualche minuto in seguito, avvolto in una giacca leggera e un vestito da cerimonia. Non sembrava un malintenzionato qualsiasi, eppure il suo sguardo aveva incrociato il mio con fare minaccioso.

Nel più totale isolamento avevo deciso di alzarmi dalla panchina per raggiungere l’uscita verso le scale per rendermi conto di essere nuovamente seguita. La paura si era trasformata in eccitazione al punto da rallentare i miei stessi passi per lasciarmi raggiungere.

Potevo veramente concedermi ad uno sconosciuto? Quando le sue mani afferrarono la mia ciocca di cappelli ero riuscita a malapena a resistere all’eros sprigionato dal suo gesto. La sua presa mi aveva spinta contro alla parete sudicia, obbligandomi a fissarla.

La sua mano destra si era avventata al di sotto del mio abito senza troppa difficoltà spostando i miei slip per ricercare la direzione del mio clitoride. Invece di avvertire la paura mi ero dimostrata totalmente inerme ed eccitata, in balia di una nuova sensazione di godimento estremo e proibito.



Due dita penetrarono la mia carne all’interno di un orifizio già umido misto alla finzione del mio fingermi spaventata di fronte alle voglie di un completo estraneo. Il suo fiato sul collo riusciva ad indicarmi perfettamente lo stato di erezione del suo pene senza la necessità di doverlo toccare con mano o sentirlo spingere contro le mie natiche.

Ad un certo punto la sua mano si distaccò dalla mia vagina per afferrare con forza i miei capelli. Strattonata a più riprese avevo perso la cognizione del tempo e parte del mio equilibrio per ritrovarmi con la punta della sua cappella gonfia contro la parte delle mie natiche.

Senza mai parlare era risultata sufficiente la pressione esercitata dalla sua mano sulla schiena per convincermi ad inclinarmi a 90 gradi senza alcun istinto di replica ma devota sottomissione. Allargando lui stesso le mie natiche si era fatto strada dentro di me con un’entrata selvaggia per la quale avevo emesso soltanto un leggero gemito.

Spingendo al suo ritmo mi ero ritrovata ad essere sballottata in avanti e indietro con il rischio di una parete solida di fronte al mio viso. Le sue mani si erano staccate dai fianchi soltanto per intrufolarsi al di sotto del reggiseno, stringendo fra le sue dita i miei capezzoli.

La sensazione della carne libera da contraccettivi dentro di me mi aveva portata a raggiungere due orgasmi prima di iniziare ad avvertire il bruciore di quella foga in aumento. Il suo sperma caldo era approdato sulle mie natiche con la forza di un unico spruzzo, macchiando in tutta probabilità il mio abito, ma lasciandomi totalmente appagata dell’esperienza.

Oltre l’amplesso lo sconosciuto si era riallacciato i pantaloni per andarsene allo stesso modo di come era apparso alle spalle del mio cammino.